SLOVENIA, LE GROTTE DI POSTUMIA

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Fiocco azzurro nelle caverne: stanno per nascere i baby protei

Postumia, le grotte

Postumia, le grotte

Ci sono sempre mille buone ragioni per visitare, in qualsiasi momento, le grotte di Postumia, le caverne più celebri in assoluto in Italia anche se ubicate nel Carso sloveno ad una trentina di chilometri dal confine di Trieste (italiane lo sono state solo per un breve periodo, tra 1918 e 1944, ma questa è un’altra storia). In questi giorni potrebbe però capitare di assistere ad un evento straordinario e di portata storica per la scienza: la nascita di baby protei.   Si tratta delle grotta turistica più grande e famosa d’Europa, qualcuno dice anche la più bella (ma come nel caso delle donne risulta sempre difficile un giudizio in proposito), un susseguirsi di caverne anche di enormi dimensioni (la Sala dei Concerti, dove si esibì Mascagni, può contenere diecimila persone),  lunghe gallerie e stretti cunicoli scavati in milioni d’anni su tre diversi livelli dalle acque del fiume Piuca per una lunghezza complessiva di una ventina di chilometri. Curiosamente queste acque, nate a due passi dall’Adriatico, dopo un lungo percorso sotterraneo fin quasi a Lubiana, vanno a versarsi nel Mar Nero, duemila km più a sud-est.  Nelle viscere di Postojnska Jame il turista può apprezzare il faticoso lavoro di corrosione operata nel tempo dalle acque carsiche sulla roccia calcarea, quindi quello di decoro compiuto con il carbonato di calcio sotto forma di concrezioni alabastrine dalle forme e dai colori più spettacolari e inimmaginabili.  Conosciute da sempre (vi sono firme di visitatori risalenti al 1213), la turistizzazione è iniziata nel lontano 1819, in presenza dell’imperatore asburgico Francesco Ferdinando; nel 1884, quando molte metropoli venivano ancora illuminate a gas, venne dotata di luce elettrica, e per non stancare i visitatori nel 1872 anche di vagoncini spinti a mano, trasformati nel 1918 in un trenino, prima diesel e ora elettrico, unico caso di una ferrovia ipogea; i primi 5 km sono attrezzati turisticamente, il resto appannaggio degli speleologi.

Postumia, piccoli protei

Postumia, piccoli protei

In questo periodo l’attenzione dei biologi di tutto il mondo è rivolta a Postumia, non tanto alle grotte quanto all’annessa stazione speleobiologica Proteus, un laboratorio didattico e sperimentale dedicato al carsismo ed in particolare alla sua straordinaria fauna troglobia, che proprio nella grotta slovena ha uno dei suoi maggiori santuari storici, con circa 150 specie diverse di animali ipogei (coleotteri, insetti, crostacei, ragni, molluschi, ecc.).  Ma il vero campione della fauna postumiese è sicuramente costituito dal proteo (proteus anguinus), l’animale maggiore, più enigmatico e sconosciuto delle acque carsiche, presente in piccole aree del Carso classico Triestino-sloveno-istriano, della Dalmazia e dell’Erzegovina. Venne descritto per la prima volta dal geografo Valvasor nel XVII sec., considerato sbrigativamente come un cucciolo di drago. Si tratta di un anfibio lungo circa 25 cm, a metà tra una lucertola e un’anguilla, con quattro corte zampette e vistose branchie rosse, tanto che anche da adulto può vivere in acqua e all’asciutto.  Nasce dotato di leggero pigmento e di due occhi embrionali, ma nel buio assoluto la pelle diventa rosa chiaro e gli occhi si atrofizzano completamente. Si muove molto lento ma sicuro guidato da un sensibile olfatto, dall’udito e dalla capacità di percepire energia elettrica e onde elettromagnetiche con il corpo. Vive oltre un secolo e riesce a superare indenne digiuni superiori ai dodici anni grazie ad un metabolismo estremamente rallentato. E’ un animale estremamente raro, del quale sappiamo ancora poco: fino a poco tempo fa non si sapeva neppure se fosse oviparo o viviparo; ora sappiamo che – cosa piuttosto strana – si riproduce in entrambi i modi, a seconda delle condizioni ambientali.

Postumia, proteo

Postumia, proteo

In presenza di condizioni avverse, riesce a ridurre il proprio ciclo vitale fino ad auto ibernarsi. Curiosi alcuni suoi atteggiamenti, come la danza rituale che precede l’accoppiamento o il fingersi morto quando avverte la presenza di un possibile predatore.  Si riproduce ogni 6-7 anni e su 500 uova deposte solo due larve riescono a crescere con successo fino ad adulti.  Notevole importanza ha quindi raccolto nell’ambiente che nel laboratorio di Postumia a gennaio una femmina di proteo aveva depositato 64 uova, cosa assolutamente rara in cattività. Ora a fine maggio le telecamere hanno registrato la nascita di un primo neonato, seguita nei giorni successivi da altre undici, mentre si attende la schiusa delle rimanenti uova. Considerando la caccia spietata e gli inquinamenti a cui la specie è sottoposta in natura, quella della riproduzione in laboratorio potrebbe costituire l’unica via di sopravvivenza per una specie dalla caratteristiche biologiche assolutamente straordinarie. 

Oltre alla grotta omonima, la regione di Postumia dimostra la sua profonda vocazione carsica (tanto da essere considerata la Mecca per gli speleologi) con una serie di altri importanti manifestazioni di superficie e di profondità.  Per gli appassionati della materia da non perdere le visite turistiche al verticale Abisso della Piuca e alla connessa Grotta Nera, al suggestivo Cavernone di Planina dove le acque della Piuca tornano in superficie una prima volta, al parco carsico del Rakov Skocjan con i suoi ponti naturali di roccia, al lago di Cerknica, il maggiore della Slovenia quando c’è, perché si tratta di un lago stagionale alimentato da inghiottitoi sotterranei che immettono o tolgono acqua, per cui in primavera si pesca in barca e in autunno si coltiva, la suggestiva Krizna Jama da esplorare in canotto sui suoi 22 laghi smeraldo e infine la grotta e il panoramico castello di Predjama incassato nella roccia, legato alla leggenda di un ineffabile Robin Hodd carniolano. E l’elegante capitale Lubiana, la bomboniera d’Europa, dista appena 40 km di autostrada.

Postumia, il trenino con cui si visitano le grotte

Postumia, il trenino con cui si visitano le grotte

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Testo e foto di Giulio Badini

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